Digitalizzare le ricette scritte a mano di famiglia
Fotografi ogni scheda in piano, luce radente di lato, sfondo uniforme, riempiendo l’inquadratura: è così che un inchiostro sbiadito diventa leggibile. Cookfolio trascrive senza tradurre né riformulare, lascia vuoto ciò che non capisce e Le fa rileggere tutto prima di salvare. Le quantità vaghe restano come sono. E può tenere il documento originale come foto della ricetta.
Che cosa sta salvando davvero
Per il caso generale c’è la guida su come digitalizzare le proprie ricette. Qui si parla d’altro: bristol macchiati di sugo, quaderni ad anelli, ritagli di rivista annotati, biro pallida, fogli piegati in quattro dentro un libro di cucina.
Ricopiando “in bella” non spariscono gli ingredienti: spariscono le quantità approssimative, i modi di dire (“vedrà Lei”, “come faceva la mamma”), le note a margine.
Faccia un inventario: divida per persona e per fonte. La stessa ricetta in due versioni la tenga come due ricette distinte. E la carta non si butta: il digitale è una copia in più, non un sostituto.
Fotografare una scrittura sbiadita
Luce radente, mai flash frontale. Una luce di lato crea un’ombra nel solco della penna e fa emergere inchiostro pallido e matita; il flash schiaccia il contrasto e brucia la carta.
In piano, fotocamera parallela alla pagina. Di sbieco la prospettiva deforma le righe e mangia le parole a bordo pagina.
Fondo uniforme e contrastato, scheda chiara su piano scuro.
Riempia l’inquadratura. È il punto che conta di più: il server ridimensiona ogni immagine a 2048 px sul lato lungo prima di analizzarla, e una doppia pagina fotografata da lontano non lascia abbastanza pixel sulla scrittura. Una ricetta per foto. Lo scatto dall’app parte in piena risoluzione, ma oltre i 2048 px non si guadagna nulla.
Formati accettati: JPEG, PNG e WEBP fino a 10 MB, PDF fino a 20 MB, Word (DOCX) fino a 20 MB, testo (TXT) fino a 5 MB.
Il tranello grosso: per il manoscritto la foto batte il PDF. Di un PDF viene estratto il livello di testo, e solo la PRIMA pagina è resa come immagine, a circa 108 DPI: dieci schede in un unico PDF perdono tutto dopo la prima, e un manoscritto senza livello di testo arriva in bassa definizione. Per Word vale lo stesso, viene letto solo il testo. Schede a mano uguale foto, un file a ricetta.
Che cosa l’IA si rifiuta di fare
Il modello è istruito come un trascrittore, non come un cuoco: estrae solo ciò che è scritto esplicitamente, non inventa ingredienti, non aggiunge passaggi sottintesi (niente “preriscaldare il forno” se la scheda non lo dice), non stima tempi o calorie assenti e lascia il campo vuoto appena c’è un dubbio.
Non traduce mai: una scheda in italiano resta in italiano, titolo, ingredienti e passaggi compresi, trascritti fedelmente. Normalizza invece le unità verso un elenco chiuso (g, kg, ml, cl, dl, L, tsp, tbsp, cup, fl oz, oz, lb, piece, pinch, clove, slice, sprig, handful): “cucchiaio” diventa tbsp. Cambia l’unità, non il testo. Se l’immagine non è una ricetta, l’import fallisce senza inventare.
E niente viene MAI salvato direttamente: una schermata di rilettura mostra ogni campo, modificabile, e nulla entra nella collezione finché non conferma. Serve, perché una corsiva stretta o una matita sbiadita danno spesso una trascrizione parziale. Nessuna garanzia: rilegga riga per riga.
Il piano gratuito dà 5 ricette e 5 import IA a vita, tutte le fonti insieme, e un file uguale un import uguale un credito. Una collezione di famiglia supera la soglia in un pomeriggio: serve Pro, 4,99 €/mese o 39,99 €/anno.
Un bicchiere di latte, una noce di burro
La regola che rende tutto praticabile: un ingrediente senza quantità numerica resta invariato quando si cambiano le porzioni. Solo le cifre vengono ricalcolate, arrotondate al decimo, come spiega la guida per aggiustare le porzioni.
Lasciare “una noce di burro” senza cifra è quindi la scelta sicura: la formulazione sopravvive intatta. La metta nel NOME dell’ingrediente (“burro, una bella noce”, “latte, un bicchiere da senape”) e lasci vuota la quantità, invece di inventare 25 g. Un’equivalenza, se ci tiene, va nelle note.
Le unità pinch, piece, clove, slice, sprig e handful esistono ma non sono convertibili. La conversione funziona solo tra unità della stessa natura, volume verso volume o massa verso massa: un bicchiere o una cup in grammi non è possibile, dipende dalla densità dell’ingrediente.
Sulle cotture vaghe: i timer della modalità cucina sono rilevati nel TESTO dei passaggi e richiedono una cifra seguita da un’unità di tempo. “1h30”, “15 min” e “20 minuti” danno un timer; “finché non è dorato”, “mezz’ora” in lettere o “1,5 ore” no, perché decimali e frazioni sono ignorati di proposito. Non riscriva “finché non è dorato” in “12 min”: aggiunga semmai una frase con la cifra.
Conservare la voce, non solo i dati
Tenga così com’è le espressioni e l’ordine dei gesti, l’ortografia e i nomi di famiglia dati ai piatti (la torta della zia Maria, non “torta allo yogurt”), le unità domestiche.
Per il resto ci sono i campi giusti: la descrizione per il contesto (“servita ogni Ferragosto dal 1974”), le note per provenienza e varianti (“quaderno di Renata, 1978; metteva più burro di quanto sia scritto”), i titoli di sezione per rispettare la divisione in pasta, ripieno e montaggio.
Data e fonte le scriva nelle note mentre ha il documento sotto gli occhi: è quello che tra dieci anni non recupererà più. E un 250 al posto di un 25 si segnala in nota, non si riscrive in silenzio. I tag servono alla classificazione, e uno personalizzato può portare la provenienza.
La foto del documento originale
Su un import da foto, la schermata di rilettura dà accesso all’immagine sorgente completa. Se la scheda non contiene foto del piatto, lo spazio immagine propone un ritaglio sull’originale: può così conservare la scheda scritta a mano, calligrafia in vista, come illustrazione della ricetta. Da lì può ritagliare, sostituire o eliminare. Se la fonte conteneva una foto del piatto, può essere rilevata e proposta, e resta sostituibile.
Il limite, detto chiaramente: una ricetta porta UNA sola foto, quindi deve scegliere tra documento e piatto, senza gallerie né allegati. Per le schede scritte a mano tenga il documento, perché lì il patrimonio è la scrittura, e conservi comunque l’originale nella Sua fototeca. Una ricetta su due schede si fotografa in uno scatto solo, le schede affiancate, oppure in due tempi: un import tratta un file e consuma un credito.
Trasmettere, e che cosa significa “al sicuro”
Nel Suo nucleo familiare, il piano Family (6,99 €/mese o 59,99 €/anno) apre uno spazio condiviso fino a 4 account: ricette, pianificazione e lista della spesa in comune, in tempo reale, e ognuno mantiene il proprio login. Il dettaglio che conta: entrando si sceglie quali ricette personali copiare, con eliminazione dei doppioni, e le personali non spariscono, tornano se si lascia la famiglia. Il resto è nella guida per configurare Cookfolio Family.
Fuori dal nucleo familiare, per chi non fa parte del piano, la condivisione avviene con un link web. Chi lo riceve può importare la ricetta nel proprio account: conta nel suo limite di 5 ricette gratuite, ma non consuma i suoi crediti di import IA.
Sulla conservazione, con precisione: le ricette sono ospitate in Europa e sincronizzate tra web, iOS e Android. Le impostazioni offrono un export dei propri dati in JSON: un export di dati personali, non un file di ripristino, che non contiene le foto e non si reimporta. La sola strategia onesta resta questa: tenere la carta, tenere le foto originali da parte Sua, le ricette nell’app per l’uso quotidiano. Serve una connessione, non esiste una modalità offline.
Il punto, alla fine, non è l’archiviazione. È la domenica in cui ritrova quella ricetta in tre secondi, la apre in modalità cucina a schermo intero, e ha le mani nella farina.
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